Allarme in Belgio: il Daesh ci ruba i figli

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Posted on: 05/12/16
Veronique ha iniziato la sua jihad cinque anni fa. Anche Saliha, Geraldine e Fatima si sono arruolate a Molenbeek, il quartiere vivaio dei mujaheddin 'Made in Europe'. Ma la loro è la «jihad delle mamme», una guerra al contrario. Combattono per strappare i figli alla seduzione del Califfato nero. Per riportarli a casa. Se rimangono «orfane», come dicono loro, «ci battiamo per evitare che altri genitori debbano conoscere un dolore uguale al nostro».
 
La maggior parte di esse non sa più nulla dei propri ragazzi. E se hanno notizie, non sono mai buone. «Sai mamma, parlo francese, inglese e olandese, e guarda quali lavori mi propongono. Se fossi biondo e con gli occhi azzurri, lavorerei già in una banca», disse un giorno Sammy a Veronique. Fu così che se ne andò senza dire nulla sulla sua destinazione. Per mesi e mesi Sammy - madre belga e padre nordafricano - era stato indottrinato, la sua rabbia canalizzata in un fiume di odio da sfogare sui campi di battaglia. Negli stessi mesi altri si addestravano per compiere stragi a pochi chilometri dai luoghi nei quali sono nati e cresciuti.

Tempo dopo i servizi segreti belgi mostrarono a Veronique un video del figlio durante un combattimento. Lei immaginava che Sammy si trovasse in Turchia dove il ragazzo, partito a 18 anni, disse di avere conosciuto una donna siriana da cui adesso avrebbe due figli. Invece era in Siria tra le fila dei 'foreign fighters'.

Da Bruxelles ne sono partiti a centinaia. Secondo Pieter Van Ostaeyen, attento studioso del fenomeno, a dicembre 2015 erano 533 i cittadini belgi che combattono sui fronti di Siria e Iraq. Oltre due terzi di loro militano nelle fila del Daesh e almeno 30 erano cristiani che si sono convertiti all'islam. Secondo Van Ostaeyen, sono 78 i casi accertati di mujaheddin belgi uccisi durante la guerra. Numeri che fanno del paese fiammingo (11 milioni di abitanti) il principale fornitore europeo di miliziani del califfato.
 
Anche a Saliha è capitato lo stesso copione. Perciò non manca mai un appuntamento nelle scuole e nei centri di aggregazione giovanile. Un impegno che può insegnare molto sui campanelli d'allarme troppe volte trascurati. L'attrazione fatale per il radicalismo «non è affatto una questione culturale né politica», ripetono dall'associazione 'Les parents concernés'. Sono 'i genitori preoccupati', che sulle strade o nel web promuovono dibattiti e iniziative. Cominciando dalla demolizione, pregiudizio dopo pregiudizio, delle analisi affrettate. Per dirla con Olivier Vanderhaeghen, responsabile del centro antiradicalizzazione voluto dal governo a Molenbek, «è necessario comprendere in che modo la nostra società ha creato le condizioni che sono alla base dell'attrazione per la galassia del fondamentalismo». A cominciare da una constatazione: «Vanno in cerca - spiegano sui social network le mamme di Molenbeek - di ragazzi che si sentono emarginati e a loro offrono un obiettivo e un ruolo».
 
La periferia di Bruxelles, quella dei foreign fighters e quella degli attentatori di Parigi, non è una realtà esclusivamente belga. Dove albergano la frustrazione e il disagio, lì può attecchire l'estremismo. A Molenbeek il 40% dei giovani al di sotto dei 25 anni non ha un lavoro. Con 24 moschee, di cui solo 4 riconosciute, il quartiere è il posto ideale per fomentare odio e raccogliere proseliti.
 
E che la rete di fiancheggiatori possa ancora essere molto estesa lo ribadiscono le parole di alcuni imam. Sulayman Van Ael, guida della moschea di Anversa, ha denunciato pubblicamente un fenomeno che gli attentati e le retate non hanno fermato. Nelle città continuano ad agire i reclutatori di combattenti, con giovani imam radicali che però sanno come nascondersi.
 
Una lezione imparata anche dopo l'indagine su Khalid Zerkani, «l'emiro di Molenbeek», appena condannato a Bruxelles. Il procuratore Bernard Michel ha sostenuto che l'imam «ha deviato un'intera generazione». A lui sono risultati legati la 'mente' delle stragi di Parigi, Abdelhamid Abaaoud, i fratelli Abeslam, l'artificiere Najim Laachroui, ma anche Reda Kriket, fermato dalla polizia francese mentre era arrivato ad uno «stadio avanzato» di un altro attentato.
 
Per questo Veronique e le altre madri non si arrendono alle brutte notizie che arrivano dal Medio Oriente né ai lunghi silenzi di figli. Continuano a sperare in un loro ritorno. Intanto non indietreggiano nonostante l'apparente remissività degli uomini. Sanno che dalla loro vigilanza dipende la sopravvivenza dei propri figli e la sicurezza della comunità. E da loro arriva un appello a tutte le mamme, ovunque si trovino in Europa: «Non restare da sola con il tuo problema, perché non è un problema solo tuo».




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